[2/3] Albicocco: redditi interessanti – I costi di produzione

Prosegue, con questo secondo post sulla redditività dell’albicocco, l’analisi dei costi: nel post precedente abbiamo analizzato i costi di impianto, è ora il turno dei costi di produzione.

I grafici 2 e 3, sintetizzano la struttura di costo di ciascuna varietà (o gruppo varietale di analoghe caratteristiche) indagata che, anche in questo caso va ricordato, costituisce il valore medio rappresentativo delle tecniche produttive prevalentemente adottate dalle imprese locali.

 

grafici 2 e 3

 

Costo a ettaro
In termini di costo per ettaro, gli impianti a palmetta e dotati di rete antigrandine si distinguono decisamente da quelli a vaso: nel primo caso, l’esborso complessivo per i casi esaminati varia da  7.200 euro/ha per Faralia/Farbaly, cultivar tardive di riferimento in Emilia-Romagna, fino a oltre 18.500 euro/ha per PinkCot/LayCot in Piemonte. All’opposto, per impianti a vaso, si registra un costo minimo di circa 10.500 euro/ha per Aurora in Emilia-Romagna e Vitillo in Campania, 11.300 euro/ha per San Castrese, mentre per i rimanenti casi il range di spesa è compreso tra 12.000 e 13.000 euro/ha. Come per la fase di impianto e allevamento, anche in piena produzione il costo monetario effettivamente sostenuto è inferiore per effetto degli apporti familiari di manodopera e capitali, che incidono per il 15% circa del costo complessivo nei casi relativi alle regioni meridionali, dove maggiore è il ricorso a manodopera salariata (anche in virtù del minor costo della stessa),   fino al 25% in Emilia-Romagna e Piemonte. Come per tutte le specie frutticole, la manodopera nel suo complesso è la prima voce di costo e, nel caso dell’albicocco, soprattutto per impianti  caratterizzati da bassa efficienza della raccolta, raggiunge un’incidenza anche superiore al 55%. Le materie prime comportano un costo che parte da 1.000-1.500 euro/ha in Campania e,  limitatamente agli impianti a vaso, in Emilia-Romagna. Per gli impianti a palmetta e per quelli a vaso, in Basilicata, la spesa registrata sale, invece, a 2.100-2.500 euro/ha.

Costo al chilo
Il ruolo della resa produttiva è, come sempre, determinante nel definire la scala di costi per unità di prodotto, che rappresenta il principale parametro di competitività del sistema produttivo. Impianti a vaso. Tra quelle indagate, la cultivar più dispendiosa è Aurora che, a causa della sua precocità, evidenzia una resa media pari a sole 10 t/ha, che si traduce in un costo complessivo di poco superiore a 1,07 euro/kg. Piuttosto alti si presentano i costi della Basilicata, per effetto di rese contenute, anche in relazione alla precocità di raccolta: nello specifico, per i due casi esaminati, relativi a NinfaOrange Rubis, si rileva un costo pari a poco più di 0,8 euro/kg. Il quadro degli impianti a vaso è chiuso da Bora/PinkCot in Emilia-Romagna, che presentano un  costo di circa 0,65 euro/kg, e dalle tre cultivar della Campania, che evidenziano i livelli di costo più bassi, attestandosi tra 0,51 e 0,55 euro/kg.

Impianti a palmetta
Relativamente a questi impianti, il costo complessivo da sostenere per PinkCot/LayCot in Piemonte è di circa 0,75 euro/kg, per effetto di una resa di 25 t/ha, mentre nel caso di Zebra sono sufficienti 0,61 euro/kg, grazie a una resa produttiva media di 30 t/ha, nonché a un’efficienza del cantiere di raccolta pari a 75 kg/ora. Da evidenziare, infine, l’eccellente competitività in termini di  costo delle tardive Faralia/Farbaly che, anch’esse in grado di raggiungere una resa potenziale di 30 t/ha, riescono a contenere il costo di produzione poco al di sotto di 0,57 euro/kg, un livello  decisamente interessante, soprattutto alla luce dei prezzi spuntati, dovuti al periodo di maturazione estremamente tardivo.

 

Nel prossimo post affronteremo la questione prezzi e redditività (nel precedente post abbiamo analizzato i costi di impianto).

 

Estratto da:
Albicocco: interessanti redditi, ma attenzione al futuro
di: A. Palmieri
L’Informatore Agrario, n° 21/2016 pag. 41